Capitolo 8 - Basilica di San Nicola da Tolentino

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Capitolo 8

il Santo > Vita di San Nicola > Scritta da Pietro da Monterubbiano


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CAPITOLO 8. Alcuni condananti a morte sono mirabilmente liberati dall’impiccagione. Nicola offre aiuto alla gente di mare.

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Due fratelli, Mizulo e Vanni, che viaggiavano insieme attraverso il territorio della città dell’Aquila, proveniendo dalla città di Osimo, in ragione di un omicidio commesso in quei giorni, vennero presi e condotti dal capitano della città per essere puniti. Benché essi cercassero di giustificarsi riguardo al delitto a loro attribuito, riferendo per altro la verità dei fatti, costretti tuttavia a durissimi tormenti, preferendo piuttosto morire che vivere in mezzo alle sofferenze, dichiararono contro se stessi (cosa che non avrebbero mai pensato di poter fare) di aver commesso il delitto. Per questa ragione furono ritenuti degni di morte e condannati all’impiccagione. I due fratelli invocarono la misericordia di Dio come innocenti e si affidarono ai meriti del beato Nicola. Che dire di più? Vanni fu sospeso alla corda e dopo quattro giorni vennero i ministri per uccidere anche Mizullo, l’altro fratello, con uguale morte: fu allora che si resero conto del fatto che Vanni, che pensavano ormai puzzasse sulla forca, perché morto da quattro giorni21, era ancora vivo. Deposto perciò dal patibolo, riconosciuta la virtù di Dio e del beato Nicola, insieme al fratello venne liberato da colui che aveva autorità di farlo.

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Pietro Bonagrazia di Matelca fu accusato per aver voluto tradire il suo stesso campo in favore dei nemici: venne infine catturato insieme ai compagni che apparivano complici di questo fatto e venne affidato al carcere; ugualmente tutti gli altri vennero legati con catene di ferro e con ceppi. Dopo un mese venne stabilita la sentenza secondo la quale sarebbero dovuti morire tutti per impiccagione. Essi intanto non cessavano di implorare l’intercessione del beato Nicola ed egli durante la notte seguente, avvicinandosi spezzò le loro catene e accompagnatili fuori dalla fortezza disse: “ Io sono Nicola, che voi avete invocato con tanta tenera devozione: questa è la vostra via, dirigetevi al mio sepolcro ed adempite i vostri voti ”.

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Un tale da San Genesio per motivi di commercio navigava con la madre e con molti altri: sorta una tempesta la loro nave sembrava dover essere sommersa. Fra i naviganti si manifestò una diversa devozione a diversi santi: quattro santi furono implorati da tutti gli altri, ma quelli che venivano da San Genesio, per la vicinanza al luogo nel quale era nato il beato Nicola, invocavano lui con grande devozione, perché venisse in loro soccorso. Dopo aver invocato i singoli santi la moltitudine dei naviganti offrì in voto un solo cero; ed ecco d’improvviso nel cielo sopra il mare apparvero d’improvviso cinque ceri accesi, la cui fiamma non poteva essere spenta dal vento pur così violento. Si stava compiendo una cosa meravigliosa perché i ceri s’innalzavano e si abbassavano; con evidente movimento essi procedevano come se fossero mossi da uno spirito vivente. Tutti riconoscevano senza dubbio il significato dell’avvenimento, perché i ceri erano mossi in modo mirabile dalla virtù di coloro la cui potenza era stata invocata.

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Fu cosa bella, perché in essa due segni venivano confermati e due prodigi si compivano, prima di tutto perché i ceri erano mossi da una virtù angelica, a somiglianza della colonna di fuoco e della nube del Vecchio Testamento22; poi perché in favore del santo non ancora canonizzato dalla Chiesa militante, un quinto cero era mostrato per mezzo della Chiesa trionfante, affinché fosse prontamente compreso che doveva venir onorato in terra, colui che in maniera tanto eccellente si manifestava in cielo23. Udite, di grazia, l’effetto di questa mirabile apparizione: mentre i ceri insieme si muovono e splendono come si è detto, la tempesta si placa, viene il sereno e quelli che prima sembravano esposti alla morte, restituiti alla vita non cessano di lodare e magnificare Dio nei suoi santi.

Poiché  davvero di questo santo si conosce un numero quasi infinito di miracoli, pongo fine al loro racconto, non senza attestare di aver visto, di aver ascoltato di aver letto documenti in cui si riferiva come egli avesse cacciato demoni, avesse operato guarigioni di altre diverse infermità, tante e tali che stancato per la fatica, io lasciai ad altri di prendere nota e dettare, attribuendo tuttavia l’investigazione di questi miracoli e la loro trascrizione ad onore di colui che coronò con onore e gloria questo santo e che vive e regna con il Padre e lo Spirito santo, nei secoli dei secoli. Amen.



note

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1
 Nel testo latino si noti la figura etimologica: dubium non dubitans.
2
 Cfr. Ps. 9, 38.
3
 L’espressione è qui da rilevare, per l’efficacia della metafora, con effetto sottilmente antifrastico; il ricorso all’allitterazione alza il ritmo del discorso: il corpo malato diventa di fronte a Nicola segno di confine (praefigit terminum) di un desiderio senza limiti, cioè del desiderio del miracolo (desiderata liberatio): in quello spazio (in quo termino) il santo è presente.
4
 Conterriti come i discepoli in Luc. 24, 37, al presentarsi di Gesù risorto.
5
 Per il toponimo seguo il manoscritto senese, secondo la segnalazione degli Acta Sanctorum: pare trattarsi di una località tra Tolentino e Macerata.
6  
Marc. 7, 37.
7
Pietro ribadisce qui quale debba essere il corretto comportamento di chi ha ottenuto un miracolo: forte della fede, egli ha fatto una promessa; una volta guarito adempie alla promessa recandosi alla tomba del santo e non omette di render pubblico il miracolo ricevuto, tornando a casa solo post publicationem miraculi: i due elementi vanno anche associati al fatto che la Vita è redatta da Pietro da Monte Rubbiano nel pieno della campagna dell’Ordine degli Agostiniani per ottenere la canonizzazione di Nicola. Di seguito - al paragrafo 83 - avremo un altro riferimento all’impegno dell’Ordine per ottenere la canonizzazione.
8
I Bollandisti notano che qui il testo del Mombrizio non funziona. Solo l’edizione critica potrà chiarire il luogo per cui propongo provvisoriamente questo senso.
9
 Espressione agostiniana, cfr. De natura et origine animae II, 17, 23, (ed. C. F. Vrba-J. Zycha, 1913, CSEL 60 p. 358).
10
 Ps. 135, 4.
11
 Ps. 13, 2; 52, 3; 84, 12.
12
 Pietro cerca qui una certa solennità ricorrendo ad alcuni richiami biblici, all’anafora, all’anticlimax e allo zeugma.
13
 Cfr. Eccl.us 51, 4 e 16
14
 Ioh. 1, 16.
15
 Espressione ricorrente in Act. 5,12 e passim.
16
 Da La natura fece ... fino a questo punto, non seguo il testo del Mombrizio, ma quello tràdito dal manoscritto senese, che sembra essere migliore. Tuttavia il brano è problematico, come notano anche i Bollandisti, e per una precisazione si rimanda all’edizione critica.
17
 Ps. 67, 36. L’espressione tante volte ripresa dai Padri antichi e medievali, si legge spesso scolpita sugli altari delle chiese agostinane (ad esempio nella chiesa di Sant’Agostino a Prato, nel secondo altare nella navata sinistra).
18
 Per il resoconto di questo miracolo seguo il testo del manoscritto senese.
19
 1Cor. 7, 39.
20
Così il manoscritto senese, che sana un punto in cui l’edizione del Mombrizio non darebbe senso.
21
 Ioh. 11, 39.
22
Ex. 13, 21.
23
 Leggiamo qui un altro esplicito riferimento all’impegno dell’Ordine degli Agostiniani per la canonizzazione di Nicola, impegno che fu l’occasione per la scrittura della sua Vita.
24
Inizia qui la sequenza finale che non fu pubblicata dal Mombrizio; essa è invece attestata nel manoscritto senese e fu riportata in nota nell’edizione degli Acta Sanctorum.


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