Capitolo 7 - Basilica di San Nicola da Tolentino

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Capitolo 7

il Santo > Vita di San Nicola > Scritta da Pietro da Monterubbiano


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CAPITOLO  7. Le membra distorte e contratte si distendono. I sordi e i muti sono risanati.
Nel  nome di Nicola sono compiute alcune resurrezioni.

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Giacomuzzo Gisi di Ortezano (una località del distretto di Fermo) era afflitto da un’infermità a causa della quale aveva la bocca talmente piegata e storta da apparire orribile a tutti. Chiese consiglio e cercò rimedi, ma essendo rimasto deluso da ogni aiuto umano, si affidò ai meriti del nostro santo: non dubitando, neppure con minimo dubbio1, della sua santità, ottenne subito la guarigione.

Un altro di Tolentino, che ora abita ad Ancona, aveva un figlio zoppo dalla nascita, infatti il piede destro, che secondo il modo naturale avrebbe dovuto portarsi in avanti, si piegava verso destra. Essendo quel padre venuto a sapere dei miracoli di cui era capace il beatissimo Nicola, al più presto e con grande devozione, gli affidò il figlio; lui non aspettò che fossero ripetute le preghiere di chi lo supplicava, ma esaudendo dall’alto il suo desiderio2 subito regolò il piede del figlio ammalato, e il ragazzo che prima non riusciva a camminare diritto, ora senza impedimento e liberamente, camminando, si affrettava qua e là.

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C’era poi un tale di Foligno, che essendo privato dell’uso di ogni suo membro, doveva essere trasportato da altri, con una specie di veicolo di legno. La fede e la devozione di quest’uomo crescevano all’udire i miracoli di un santo così straordinario e insistendo con molte preghiere, egli riuscì a farsi portare da Foligno a Tolentino dov’era custodito il santissimo corpo sepolto. Disteso a terra col suo corpo segnò di fronte al santo il confine della sua desiderata liberazione. Il santo si rese presente con la sua potenza su quel confine e le ossa dell’infermo cominciarono a distendersi3. Che in quel luogo si compisse una meravigliosa opera fu particolarmente evidente per questo, che mentre le ossa e i nervi del corpo malato si distendevano si udiva un fragoroso rumore, come se un pezzo di legno prima storto fosse poi violentemente raddrizzato. Giunse gente dappertutto: quelli che lo avevano portato ed altri che si trovavano a visitare il sepolcro del santo: tutti furono come instupiditi dall’eccezionalità del fatto e atterriti4 nello stesso tempo dallo stupore e da una pia devozione, esclamarono: “ Benedetto sia Dio e beatissimo Nicola! ” Allora colui che giaceva si alzò e lodò Dio nel santo per aver ascoltato le sue preghiere e avergli restituito membra tanto belle in luogo di quelle di un tempo, incapaci di qualsiasi operazione propria.

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Calandra, moglie di Corrado di Monte Milone5, aveva piedi e mano distorti, tanto che il suo corpo sembrava mostruoso piuttosto che umano. Accompagnata su una portantina alla tomba del beato, la donna affermò di aver visto una bellissima fanciulla che le avrebbe detto, con volto sereno: “ Entra nel luogo dove sono custodite le reliquie di san Nicola”. Non appena la malata fu portata al sepolcro del santo, l’apparizione femminile scomparve. Presente fu allora la grazia divina che subito risanò la donna malata per i meriti del santo. Lei però, immemore di un beneficio tanto grande, tardò a dare quanto aveva promesso in voto. Durante una notte vide allora in sogno il beato Nicola, simile ad un bambino con l’abito dei frati eremitani, che le chiedeva come mai non avesse offerto quello che aveva promesso. La donna allora corretta da tale visione, tornò al sepolcro e adempì a ciò che nel voto aveva promesso.

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Per i gloriosi meriti di questo santo, i sordi odono e i muti parlano6. Accadde allora che un tale chiamato Cicco, oriundo della città di Ascoli, che era cieco e muto, apprendesse per mezzo di segni, come poté, dei miracoli del beato Nicola. Nel suo cuore nacque una devozione così grande da desiderare di andare quanto prima alla tomba del santo. Allora quelli che lo conoscevano e gli volevano bene decisero di accompagnarlo a Tolentino. Arrivarono dunque ad un colle vicino alla città, dal quale si vedeva la chiesa di Sant’Agostino, dalla parte dove il corpo santo riposa. Oh Dio, accresci la fede di coloro che sperano in te! C’era infatti tanta fede in quel muto che vista la chiesa cominciò a parlare e disse: “Beato Nicola, aiutami!”. Meravigliandosi di ciò i compagni lodarono Dio e accompagnarono al sepolcro del santo l’uomo liberato della sua infermità: con lui assolvono i voti fatti e dopo la pubblicazione del miracolo con gioia ritornarono a casa7.

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Matteo di Antonino di Monte Ulmo era stato colpito da una tale infermità agli orecchi da rimanere privo di udito da tre anni. Abbandonato dall’aiuto di qualsiasi medicina si raccomandò ai meriti del santo e subito le orecchie gli si riaprirono per riguadagnargli la facoltà che aveva perduto. Baldo di San Severino, che era sordomuto dalla nascita, dalla grande frequentazione della tomba di Nicola da parte della gente del suo paese, venne a sapere del pellegrinaggio al sepolcro del santo8 e maturando una devozione piena si recò con altri a visitarlo. Proprio mentre vegliava al sepolcro cominciò a parlare, lui che era muto, e ad udire, lui che era sordo. Constatandolo i suoi amici si inginocchiarono e non cessavano di lodare Dio, che così onora coloro che lo servono.

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Vi era un altro, di Ascoli, il quale non aveva un nome ma era chiamato il Muto a causa della malattia della loquela e dell’udito che lo affliggeva dalla nascita. Si trovava con alcuni conoscenti di Falerona (della diocesi di Fermo) e da loro, spinti dalla carità che precorre9, fu condotto alla tomba di san Nicola. Giuntovi, l’uomo supplicava il santo senza sosta, con quei segni che riusciva a fare; pieno di fede, gesticolava con le braccia e con le ginocchia. Colui che solo fa grandi meraviglie10 contemplò dal cielo11 la sua fede e la devozione di coloro che lo avevano accompagnato e condotto fin lì: ecco allora che subito fu aperta la bocca e furono aperte le orecchie al muto, a lui che ora esclamva e diceva12: “ Ti rendo grazia Nicola santissimo, perché mi hai liberato13”. Da quel momento gli fu dato un nome e fu chiamato Giovanni, perché aveva ricevuto da Nicola grazia su grazia14.

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Cristo Gesù, sposo dell’inclita madre Chiesa, così l’ama che sempre col concepimento di nuova prole la rende più grande, rinnovando i segni e i prodigi15 per mezzo dei suoi santi, figli della Chiesa, affinché ella non abbia a sembrare sposa abbandonata, mancando del concepimento di santissima prole, come sterile e inferma. Leggiamo così che molti fra i santi resuscitarono i morti, ma dobbiamo verificare che non solo il beato Nicolò ne resuscitò molti, ma nei modi più strani. Ad un tale, cittadino di Tolentino, chiamato Tommaso, nacque un figlio mezzo morto: le ostetriche furono tarde al sacro lavacro così non riuscirono a portare l’acqua del battesimo, prima che il fanciullo fosse del tutto privo di vita. La natura fece però in questo caso una cosa orrenda, perché esalata l’anima la carne del neonato rimase senza distinzione di membra, alla maniera di una massa che toccata dalla mano sembrava poter assumere forme diverse. Gridò allora il padre e gridò anche la nonna e offrirono le loro preghiere al beato Nicola affinché almeno ottenesse da Dio che non si dicesse che la moglie aveva generato questa cosa orrenda e mostruosa, che quell’anima non fosse dannata, che l’anima fosse recuperata al corpo e si potessero distinguere le membra e che poi fosse fatta la volontà di Dio. Il santo, non trascurando queste invocazioni, per le loro preghiere restituì l’anima al corpo mostruoso e allora la carne appropriatamente disposta nelle membra fu restituita al suo naturale diritto16.

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Un tale Tommaso ebbe una figlia chiamata Cecca, la quale fu per lungo tempo colpita da una malattia così grave che a giudizio di tutti ne sarebbe morta. Fra l’altro era rimasta cinquanta giorni e cinquanta notti senza mangiare e bere. Erano al suo capezzale i frati Minori, presso i quali aveva scelto la sua sepoltura, e il padre aveva appena dato segno che la prendessero per portarla via, quando improvvisamente la memoria del beato Nicola si impossessò del suo cuore. A lui egli affidò, con profondissima intenzione, la figlia. Cosa stupenda! Opera davvero apostolica: colei che prima era pianta come morta, improvvisamente è restituita viva e vegeta agli abbracci paterni.

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Lippo di Lucio Gentile aveva una moglie di nome Mira. Durante tutto un anno Mira aveva sofferto per forti febbri; alla fine i medici persero ogni speranza di guarirla. La donna, ormai moribonda, fu munita dei sacramenti della Chiesa e dell’Estrema Unzione. Fu quindi lavata con acqua, così come è consuetudine per i corpi che devono essere sepolti. Il marito che era assente venne chiamato e non si aspettava altro che lui ad eseguire la sepoltura. Ma ecco che l’uomo arrivò e dichiarò di aver affidato sua moglie al beato Nicola con una promessa solenne, aggiungendo di non aver dubbi sulla sua misericordia. A questo parole Mira si svegliò e fu restituita all’amore del marito.

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Niva Cordi, della città di Macerata ebbe un figlio chiamato Giainidio, il quale aveva preso la via di tutta la carne: non si muoveva né dava segno di vita; non poteva parlare e giaceva esanime a letto. Che altro? Poiché tutti lo consideravano concordemente morto, si preparavano le esequie e si dispose il sepolcro perché il cadavere potesse esservi trasportato. La madre allora si rifugiò nell’aiuto divino emise un voto e con preghiere raccomandò il figlio al beato Nicola: per questo il fanciullo resuscitò e Dio fu proclamato glorioso nei suoi santi.

Giovanna, moglie di Guglielmo di Beluti ebbe un figlio di nome Ciceo. Anche costui, secondo la legge che comanda ogni carne, concluse i suoi giorni; fu dunque avvolto nelle bende come è d’uso per coloro che stanno per essere sepolti. La madre era disperata per la morte del ragazzo tanto che piangeva schiaffeggiandosi violentemente. Le venne allora in mente di raccomandare il figlio già morto ai meriti del beato Nicola: così fece e d’improvviso colui che giaceva morto, vivo parlò con la madre.

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Giliolo di Parma ebbe un figlio chiamato Venturino18 che per molti giorni fu oppresso da continue febbri, finché i medici non poterono più nulla e lo lasciarono morente. L’uomo venne poi visitato da alcuni religiosi e da alcuni membri della curia, i quali constatandone la morte, disposero la conveniente sepoltura. Io stesso ho conosciuto la signora Bertina, moglie di quel maceratese che preparava gli unguenti per la sepoltura; ella mi ha riferito che per tutta la notte in cui il giovane morì, suo marito si era dedicato alla disposizione della cera e delle altre cose necessarie al decoro della corpo morto e che poi lei fino al mattino con altre donne aveva vegliato, custodendo il feretro. Intanto però la moglie di Venturino piangeva lacrime amare per il dolore, invocando il beato Nicola, affinché restituisse l’uomo alla vita, che gli era stata tolta.

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Lei pregava in camera sua, mentre il marito giaceva morto nell’atrio, e vide arrivare dalla finestra della stanza un improvviso splendore di fronte al quale piena di gioia esclamò: “Evviva – o santissimo Nicola – aiuta il tuo servo in quest’ora”. Fu allora che le vennero incontro le persone che erano incaricate della custodia del morto, dicendole: “Non piangere più perché tuo marito vive19! Noi che eravamo intorno a lui lo abbiamo sentito dire: “Che cosa grande, che cosa bella Dio mio!””. La moglie accorse allora piena di gioia: colui che prima piangeva morto lo abbraccia ora restituito alla vita. Più tardi alcuni curiosi magnati gli chiesero: “Tu sostieni di esser tornato dalla morte alla vita per i meriti del beato Nicola: dicci allora dove eri mentre la tua anima non si trovava nel corpo”.

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Lui rispose loro: “Dopo aver lasciato questa vita, giunsi ad un prato ornato da erbe verdeggianti e da fiori profumati, qui si trovavano dei sedili adatti alla sosta degli uomini, cosparsi di fiori profumati. Tutte queste cose mi appagavano completamente mentre stavo lì seduto, riposandomi. Anzi, la sosta mi piaceva così tanto che, ripieno di tanta dolcezza, non avrei potuto desiderare niente di più. Arrivò a questo punto un fanciullo bellissimo e per il suo arrivo io divenni triste, quasi presentendo che per il suo intervento sarei stato privato della mia gioia. A questo punto il fanciullo salì sulle mie spalle e mi sembrò straordinariamente pesante, quasi ad indicarmi la pesantezza della vita alla quale veniva a ricondurmi”.

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“Implorato da me con molte preghiere, scese dalle mie spalle a terra, rosseggiava in volto e splendeva nelle sue vesti; anzi il raggio del suo splendore mi avvolse così che la mia anima sembrava trovarsi tra i raggi solari. Dalla sua bocca procedeva una voce di lode e di canto; me ne veniva una gioia che non soltanto mi fece dimenticare le altre gioie provate nel prato di cui ho parlato, ma che già mi faceva partecipare alle gioie della vita eterna. Ammirato gli chiesi chi fosse e lui mi rispose: “Sono l’angelo assegnato alla tua custodia”. Dimentico della felicità e della gioia di questo splendore, di questo canto e di questa conversazione, ritornai alla vita che avevo lasciato e persi quanto avevo”.

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Una donna di San Genesio si recò sul fiume Moso20, nel luogo dove doveva lavare i panni, portandosi dietro il figlio piccolino. L’incauto fanciullo sommerso dal fiume affogò. Il cadavere andò ad incepparsi nella ruota del vicino mulino e la gente del mulino si meravigliava che la ruota non funzionasse come al solito. Tutti chiamano, cercano, odono la donna che piange e dice: “San Nicola, dov’è mio figlio che spesso affidai alla tua custodia?”. Esplorando il fiume trovano il cadavere del bambino annegato. La madre è afflitta dal maggior dolore e invoca il beato Nicola perché resusciti suo figlio, né si aspetta: lo spirito ritorna al corpo, il fanciullo è risanato e con la madre e gli altri torna a casa.

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Un tale del Castello di Belforte, padre di famiglia, era terribilmente turbato dai modi della moglie. Un giorno, approfittando del fatto che lei e il resto della famiglia non si trovavano in casa, preso nella disperazione si impiccò. Quando le donne, rientrando a casa, videro il cadavere, cominciarono a gridare. Disteso a terra il corpo rivolsero le loro preghiere al beato Nicola. Ai clamori delle donne il morto si riprese, lodando e glorificando il beato Nicola, che lo aveva liberato da una turpe morte per farlo vivere ancora.


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