Capitolo 5 - Basilica di San Nicola da Tolentino

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Capitolo 5

il Santo > Vita di San Nicola > Scritta da Pietro da Monterubbiano


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CAPITOLO 5. La morte di un Santo

Nel quinto capitolo della Vita di Nicola, Pietro da Monterubbiano inizia la narrazione sistematica dei miracoli: sono miracoli di guarigione, ma anche miracoli di assistenza ai poveri. Negli ultimi mesi della sua vita Nicola prova infine le consolazioni che Dio offre ai suoi santi: una musica celeste gli profetizza la qualità della vita in Paradiso. Se nei miracoli si sente spesso il sapore del linguaggio evangelico e neotestamentario, nella parte finale Pietro ricorre ancora al Vecchio Testamento per dire la fisionomia e il significato della vita di Niccolò. Ancora una volta il lettore verifica di come sia essenziale comprendere la ragione di questo riferimento veterotestamentario, per cogliere la poetica spirituale di Pietro.




Nicola vince vari tipi di mali e di malattie; compie la miracolosa moltiplicazione dei pani; ascolta una melodia celeste sei mesi prima della morte. Un’ultima infermità precede la sua santa morte .

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Abitava a Tolentino Verdiana, moglie di Compagnone di Macerata; era così gravemente afflitta da una malattia, che gli occhi e tutta la faccia risultavano tanto stravolti da congiungersi quasi alle orecchie. La donna recandosi allora con grande devozione presso il sant’uomo, gli chiese di essere benedetta e toccata. Mosso a compassione, Nicola la benedisse dicendo: «Il mio salvatore, Gesù Cristo, ti risani». Subito gli occhi, la bocca e tutta la faccia tornarono nella loro posizione naturale. Questa stessa donna aveva un figlio, al quale - caduto nel fuoco per la cattiva custodia - si bruciarono un braccio e una mano. Anzi il fuoco gli aveva così profondamente invaso la mano che per la liquefazione della carne provocata dal calore le dita sembravano aderire l’una all’altra. La madre del ragazzo, dato che non ignorava che nel sant’uomo vi era una divina virtù (avendo ricevuto in se stessa un miracolo), tornò da lui, piangendo insieme col figlio e del figlio supplicandone la guarigione1. Anche a lui il sant’uomo disse: «Il mio signore Gesù Cristo lo risani» e fatto su di lui il segno della croce, immediatamente avvenne che le dita e la mano col braccio si ricostituirono, tanto perfettamente che non sembrava che il fuoco le avesse mai toccate.

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Viridiana, della città di Tolentino, per una malattia degli occhi non poteva veder niente. Si interpellarono i medici e secondo il loro consiglio le vennero eseguite alcune punture in testa2; ma le punture non servirono, anzi peggiorarono la situazione, tanto da farle perdere forza alla testa. Verso cosa la spinge, allora, l’angoscia? Non trovando un medico temporale, la donna ne cercò uno spirituale3. Le venne subito in mente di interpellare il sant’uomo Nicola. Fu condotta da lui che stava celebrando la Messa e rapida cominciò a pregarlo con grida inopportune, affinché il sant’uomo dicesse sopra il suo capo un Pater e facesse sulla sua testa un segno della croce. Ella diceva: «Spero nel mio Dio, che per i tuoi santi meriti mi guarirà». L’uomo si vergognò dell’elogio, tuttavia fu costretto dall’insistenza inopportuna e, recitato il Pater e fatto il segno della croce sul capo della malata, le disse: «Vai sicura, il Signore sostiene i piegati; il Signore rende la vista ai ciechi”4. Subito le fu in effetti restituita la vista e il capo cessò di soffrire.

Veridiana Bonioni di Tolentino aveva un figlio il quale una volta scivolando in avanti cadde nel fuoco e si bruciò tutta la faccia; in conseguenza di questo incidente perse la vista. La madre ne soffriva e desiderava trovare un rimedio per una tale menomazione: non trovandolo altrove ricorse alle preghiere di Nicola: lui, toccato suo figlio, lo liberò.

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Ci fu poi una donna chiamata Genantessa, figlia di Nicola di Tolentino, che non voleva ubbidire alla volontà del marito; la donna fu spogliata dal marito stesso e punita durissimamente con una robusta cintura. Accadde che mentre la colpiva la fibbia di ferro le colpisse una mammella: la colpì con tale forza da spezzarla in quattro parti, con grande perdita di sangue. A causa della ferita la donna si ammalò di una fistola. Nessuna cura dei medici riusciva a procurarle qualche giovamento; capitò allora che la visitasse una vicina (che aveva sofferto molto per otto giorni dei dolori del parto, da cui poi era stata liberata dal sant’uomo) e la esortò a rivolgersi a frate Nicola con devozione. Genantessa, convinta da quella vicina, corse e piangendo pregò con reverenza l’uomo di Dio perché segnasse col suo segno di croce la sua mammella. Il sant’uomo, vedendo la crudeltà subita, fece il segno della croce su di lei e disse: «Ti sani colui che si degnò sanare le mammelle del petto della beata Agata; se il Signore ti concederà questa grazia, bada bene di non dirlo, ma loda in cuor tuo Gesù Cristo, Medico del mondo». Ritornata a casa e sciolte le mammelle, la donna non trovò più alcun segno del male.

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Fra Giovanni di Monticulo, anziano dell’Ordine e notevole per l’onestà della vita e dei costumi, era tormentato nelle parti inferiori per un’ernia, tanto grave da non riuscire a sostenerne il peso. Animato da grande devozione, chiamò a sé il beatissimo Nicola e gli disse: «Per amore del sangue effuso da Cristo, frate Nicola, ti supplico di non provar ribrezzo a toccare questo luogo di dolore». Il sant’uomo, compatendo tanto dolore e l’escrescenza che suscitava vergogna, premesso il segno della croce toccò il punto dolente. Non ci fu bisogno di aspettare: le viscere rientrarono nel loro luogo naturale e consueto e lì furono consolidate.

Una donna di Tolentino chiamata Duncella, soffrendo da oltre un anno per un flusso di sangue e non potendo esser curata dai medici in nessun modo, venne portata al sant’uomo. Lui, spinto dalle preghiere insistenti di coloro che l’accompagnavano, dopo aver fatto il segno della croce toccò la donna. Quella sentendosi liberata tornò subito a casa.

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Un tale chiamato Tommaso, che stava tagliando la legna, accidentalmente si colpì così violentemente il piede con un’ascia, che lo tagliò fino al nervo. Siccome i medici disperavano di poterlo curare in alcun modo, l’uomo fu portato con molta devozione da san Nicola e lo supplicava affinché prontamente si degnasse di fare sul suo piede un prodigio. Il santo, rimosso il cataplasma e vista la ferita, quasi stupefatto disse: «Figliolo, Dio ti aiuti a guarire presto». Dopo aver detto su di lui il Pater comandò che fosse rifasciato come prima e fatto il segno della croce disse ancora: «Vai in pace, figlio, e poiché sei così gravemente ferito, Cristo, mio Salvatore, aiuti la tua fede». Il ferito intanto, sebbene non si immaginasse che subito sarebbe avvenuto il prodigio, tuttavia percepì di star meglio e lui che era venuto a cercare l’aiuto divino non disprezzò quello umano. All’ora stabilita venne dunque il medico e togliendo le fasce dal piede si accorse che non vi era alcuna traccia di ferita. Vedendo questo il malato esclamò: «Oh Nicola, uomo di Dio, per i tuoi meriti oggi sono stato guarito da una ferita che era atroce»; licenziando subito il medico, corse affrettandosi dal nobile padre e lo ringraziò di fronte ai frati. Nicola - infastidito dai ringraziamenti - lo pregò di attribuire il fatto alla propria fede e al fervore della devozione con cui si era rivolto a Dio e non ai suoi meriti. Gli disse anche di non rivelare il fatto a nessun altro per tutta la sua vita, a meno di non voler incorrere nella maledizione dell’imprecazione.

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Viveva nella stessa zona un tale chiamato Minalduto e viveva in povertà. Era solito comprare un po’ di frumento per la sua casa, in varia misura a seconda del momento. Decideva poi con la moglie come e quanto pane preparare e conservare. Comprata dunque una volta una salma di frumento e cotto con quella il primo pane, capitò a sua moglie di dare un pane al sant’uomo che secondo il costume dei mendicanti le aveva chiesto l’elemosina. Il sant’uomo prese a benedire la povera benefattrice, dicendo: «Quel Dio per amore del quale pur essendo povera compisti con amore questa gioiosa elemosina, moltiplichi a te la farina che conservi»5. Né il sant’uomo interruppe questa preghiera fin tanto che non fu giunto al convento, che del resto era vicino alla casa della donna.

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Essendo giunto il tempo di rifare il pane, la donna si recò alla credenza e avendola trovata zeppa e sovrabbondante di farina rese grazia al Salvatore e al beato Nicola, per il grande dono che si era degnato di offrire. La donna però ritenne di non parlarne e nascose al marito il segreto. Essendosi avvicinato il tempo in cui si poteva stimare che la farina fosse prossima a finire, Minalduto, da buon padre di famiglia, si consigliò con la moglie a proposito del frumento da acquistare, ma la moglie non gli rispondeva, per quanto il marito più volte la interpellasse sulla misura che le pareva necessaria. Siccome lui insisteva, ella non riuscì più a trattenersi: lo portò a vedere la credenza stracolma e gli spiegò come avesse ottenuto ciò.

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Non solo così il Re eterno volle illuminare il suo servo fedelissimo, ancora durante la vita presente, ma volle cose assai superiori per mostrare quale gloria potesse sperare. Infatti nel periodo di sei mesi che precedette la sua morte gli fece ascoltare, prima che suonasse l’ora mattutina, un soavissimo canto e ne era così tanto dilettato che lo si sentiva dire: «Desidero morire ed essere con Cristo»6. Da questi eventi il sant’uomo riconobbe di essere oramai prossimo all’ultimo termine della sua vita e preannunciò che la sua morte era vicina. Era già da tempo zoppo, a causa di quell’attacco del diavolo di cui abbiamo parlato, ma in quest’ultimo periodo fu tormentato da una più grave infermità; mentre prima poteva camminare col bastone, si trovò costretto a letto e presso di lui malato molti accorrono per ottenere la grazia di una benedizione.

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Una donna di nome Blanda, di Tolentino, avendo sofferto per quindici anni per un dolorosissimo mal di testa, tanto forte che spesse volte non era in grado né di vedere né di ascoltare, visitandolo mentre era a letto malato, lo implorò perché si degnasse di toccarle il capo. Non appena ebbe toccato il capo della donna e dopo avergli fatto il segno della croce sopra, subito e del tutto si placò in lei ogni dolore.

Per la morte di Tommaso, frate del nostro Ordine, sua sorella pianse senza interruzione e tanto pianse che si formò nei suoi occhi un’apostemata tale da non consentirle di vedere più niente. Fu condotta da San Nicola; saputa la ragione per la quale la donna aveva perduto la vista, mosso da pietà, cominciò lui stesso a piangere per la morte di fra’ Tommaso: gli pareva infatti che con lui l’Ordine di Sant’Agostino avesse perduto un uomo che sarebbe stato ancora di grande aiuto. Toccando la donna, dopo aver fatto il segno della croce, disse: «Dio, Gesù Cristo mio Signore, abbia misericordia della tua tristezza e restituisca la salute ai tuoi occhi, affinché tu veda la bellezza delle cose in eterno». La malata fu sollevata dalle parole del sant’uomo ed uscì dalla sua cella; entrò in chiesa e le tornò la vista, poiché una grande luce era giunta ai suoi occhi. Allora cominciò a dire a tutti quelli che erano con lei: «Osservate se qualcosa del male è rimasto nei miei occhi! Ecco prima non vedevo, e ora ci vedo». Con queste parole e con gli occhi sani come prima, tornò a casa.

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Si sa che è tipico delle menti dei buoni vedere una colpa dove colpa non c’è. Accadde dunque che, giunto ormai vicino alla morte, Nicola volle chiamare i frati e così parlò loro: «Sebbene non abbia coscienza di colpe, non per questo mi ritengo giustificato: perciò se mai qualcuno ho danneggiato o se ho recato offesa a qualcuno, vi prego di giudicarlo voi stessi e vi prego di perdonare i miei peccati, affinché anche i vostri debiti siano rimessi7. Prego te, priore, di darmi l’assoluzione dai miei peccati e di impartirmi i sacramenti della santa madre Chiesa; soprattutto desidero ricevere il Corpo del Signore, affinché con tale viatico non venga meno nel viaggio tra questo mondo e la patria celeste, se il mio nemico Belial mi venisse incontro - per quanto esigono i mali che ho compiuto - con confidenza possa resistergli».

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Così, circondato dai frati, uniti a lui in un’unica preghiera comune, ricevuta l’assoluzione dei peccati, egli assunse il corpo di Cristo, dicendo: «Benedetto chi viene nel nome del Signore»8. Dopo di ciò, rivolto al priore chiese: «Ti chiedo ancora questo: prima che io muoia, mostra a questi miei occhi mortali la croce d’argento fabbricata per mia iniziativa con le elemosina raccolte dagli ottimi abitanti di questa città9; quella croce nella quale con la mia supervisione fu inserita la reliquia del vero legno della santissima croce. Mostramela, affinché per sua virtù, come sostenuto dal sostegno dell’altissima potenza, possa liberamente attraversare il Giordano10 di questo secolo e affinché possa felicemente arrivare al fiume del Paradiso, candido come il cristallo11, in entrambi i lati del quale si trova Gesù Cristo, albero di vita».

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Non negandogli quel desiderio, il priore comanda che la croce indicata dal santo sia portata; il sant’uomo, avendola vista e sollevatosi nel letto come poteva, con una inondazione di lacrime disse: «Salve, bellissima croce, che fosti degna di portare il prezzo del mondo; sopra di te il Salvatore riposò e sedette, sudò il rosso sangue per il tormento della passione; offrì misericordia al ladrone che lo implorava e riconoscendo sua madre l’affidò al discepolo rimasto vergine ed infine invocò il Padre per coloro che lo stavano crocifiggendo. Lui attraverso di te mi difenda dal maligno nemico in quest’ora». Così, baciata questa croce, come prima giacque. Chiamò a sé uno dei presenti che lo assistevano e gli disse: «Ricordati di intonare ai miei orecchi il salmo: Sciogliesti le mie catene e a te offrirò un sacrificio di lode, in modo che, se da solo in questa carne affaticata non riuscissi a dir niente, nella mia memoria tuttavia glorificherò il Signore»12.

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I frati che lo vedevano incolume nella memoria, ora gli si avvicinavano ora si allontanavano. Una voce di gioia e allegra era udita da quelli che si allontanavano; era sì la sua voce, ma con qualcosa di diverso, e questo non è strano perché lui che era solito render grazia a Dio nell’attesa e nella speranza, ora cominciava a lodarlo contemplandolo nel suo vero aspetto. Così infatti quando gli chiedevano: «Padre, da dove viene tanta letizia?», quello attonito per la visione ricevuta rispondeva: «È Dio, il mio Signore Gesù Cristo, il quale unito a sua Madre e al nostro padre Agostino, mi dice: “Alzati, servo buono e fedele; entra nella gioia del tuo Signore”13. Da queste parole i frati che erano vicini compresero che prossimo era il suo transito e con le preghiere consuete invocarono Dio e i santi. E mentre egli stesso disse: “Nelle tue mani affido il mio spirito”14 con le mani giunte al cielo e con gli occhi rivolti alla croce che gli era stata messa davanti, con volto ilare e giocondo rese il suo Spirito a Dio.



note

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1
 L’espressione è qui ricercata; in poche parole ricorrono prima una litote,“non ignorabat”) poi un poliptoto in una formula chiastica (“lacrimans cum filio, filii sanitatem postulans”).
2  
Anche qui il ricorso alla traiectio nel testo latino, mostra la ricerca di un certo effetto.
3  
Questo confronto tra medicina degli uomini (spesso impotente) e medicina di Dio (veramente efficace) è un tratto caratteristico della Vita; Pietro entra spesso nei dettagli delle cure tentate, utilizzando talvolta un gergo tecnico. Come vedremo chiaramente nel miracolo del taglialegna Tommaso, egli non stimmatizza il ricorso alla medicina umana ma ne stabilisce i limiti.
4  
Ps. 145, 8.
5  
Come nei precedenti il miracolo evoca un tema evangelico (la speciale riconoscenza per la povera benefattrice). Qui però il contenuto del fatto ricorda anche un famoso miracolo di san Domenico e il motivo della gioiosa elemosina richiama un grande tema paolino: “Hilarem datorem diligit Deus”. II Cor. 9,7.
6  
Phil. 1, 23.
7  
Matth. 6, 12.
8  
Matth. 23, 39; Marc. 11,9; Luc. 13, 35; Ioh. 12, 13 e Ps. 117, 26.
9  
Nel testo latino, il chiasmo dà solennità dell’espressione.
10  
Ios., 4,7.
11  
Apoc. 22,1.
12  
Ps. 115, 16-17 per cui cfr. anche Conf. 9, 1.1.
13  
Matth. 25, 23.
14  
Luc. 23, 46, cfr. Psal. 30, 6.


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