Capitolo 4 - Basilica di San Nicola da Tolentino

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Capitolo 4

il Santo > Vita di San Nicola > Scritta da Pietro da Monterubbiano


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CAPITOLO 4. Carità e prodigi

Il capitolo quarto della Vita di Nicola è dedicato al prodigio dell’astro che stabilisce un rapporto tra la vita di Nicola in terra e quella in cielo. Dopo la sua morte la stella che aveva cominciato ad accompagnarlo da vivo attesta lo splendore del suo spirito; splende sulla tomba a Tolentino ed illumina i primi miracoli di guarigione. Di essi comincia quindi il racconto.



La sua carità verso il prossimo; l’apparizione dell’astro prodigioso; le guarigione operate in modo miracoloso.

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Come piaceva al Signore per le orazioni, così Nicola piaceva a Dio e al prossimo per le opere di pietà. Visitava i malati partecipando così intensamente alla sofferenza che qualsiasi cosa utile e buona avesse potuto trovare per loro, l’acquistava e l’offriva. Era preso per loro da tanta pietà che, pur trovandosi in un certo momento lui stesso incapace di camminare senza bastone (in ragione delle ferite di cui si è parlato), tuttavia non tralasciava di visitarli, confortando quegli infermi con quelle parole divine che custodiva nel cuore, come frecce acute1. Incontrando sani e malati non poteva saziarsi di predicare e di annunciare la mirabile dolcezza della parola di Dio2. Compativa soprattutto i deboli e tanto pregava, digiunava, celebrava, versava lacrime per i molti peccatori che si confessavano a lui, affinché fossero liberati dalla catene dei peccati. Amava i poveri e li nutriva con la parola e con la fede; acquistava per loro vestiti e cibi. Accoglieva volentieri i frati ospiti, come se fossero angeli3. Era letizia ai tristi, consolazione degli afflitti, pace dei divisi, refrigerio degli affaticati, sussidio ai poveri, rimedio singolare per i prigionieri.

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Tanto risplendeva per la carità da ritenere morire un guadagno non solo per Cristo4, ma anche per il prossimo. Dava poca importanza al tenore di vita dei frati, essendo egli stesso contento di poco. Per grazia di questa virtù non si preoccupava delle cose proprie5 ma di quelle di Gesù Cristo, anteponendo non le cose proprie alle altrui ma le altrui alle proprie, per essere pienissimo osservatore della Regola del padre suo santissimo Agostino il quale, in quel luogo in cui espone le parole dell’apostolo Paolo, osserva: "La carità di Dio, della quale è scritto che non cerca le cose proprie ma le comuni, così si intende che non le proprie alle comuni ma le comuni alle proprie antepone "6. Inoltre le sue parole, provenendo da un cuore pieno d’amore divino, non sapevano affatto di vanagloria e di superfluità, ma erano tutte piene di pietà ed onestà edificanti. E poiché tanta santità non poteva non splendere nel mondo (poiché Cristo vera luce7 non accende mai qualche lucerna in qualche santo per metterla sotto il moggio ma sopra il candelabro della manifestazione affinché risplenda per tutti coloro che sono nella casa della Chiesa)8, fu davvero giusto che si compisse un presagio singolare per lo splendore dei meriti.

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Colui il quale un tempo aveva manifestato a Giuseppe (figlio del patriarca Giacobbe) il sole e la luna e le undici stelle che lo adoravano9, nuovamente mostrò al sant’uomo Nicola, il segno dell’astro splendente, indizio dei suoi miracoli e della sua meravigliosa santità. Accadde infatti una volta che, avendo il santo a lungo vegliato in orazione nella sua cella, un poco si addormentasse ed ecco una stella splendente gli apparve nel sonno; era una luce di grande dimensione, che si muoveva di moto rettilineo, non in alto ma quasi a terra. Gli sembrava che il primissimo inizio di quest’astro fosse in Castello di Sant’Angelo, da cui Nicola aveva tratto origine, progredendo in linea retta per trovare infine stabilità e meta, davanti all’altare dopo il coro dell’oratorio di Tolentino (che in quel tempo si trovava vicino al chiostro); era l’altare dove il santo era solito celebrare la messa la mattina e dove poi spesso si fermava a pregare, di giorno e di notte. Allo spettacolo di quel prodigio vedeva convenire genti di diverse province e di diverse lingue.

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Percependo con sicurezza questo segno straordinario e molti altri, il suo animo si trovò riempito di stupore e siccome desiderava intensamente di conoscere il significato di questo segno, con semplicità riferì tutto quello che aveva visto ad un frate che era conosciuto per il grande valore di giudizio e di scienza. Quello rispose con una parola davvero profetica: "Padre, non vi è dubbio alcuno che questo astro sia presagio della tua santità, né vi è dubbio in me che l’astro concluse il suo tragitto proprio là dove il tuo corpo sarà sepolto; a causa dei molti miracoli che lì si compiranno, le genti dappertutto si affretteranno a venire per ricevere i benefici della salute, genti che non ti avevano prima conosciuto e che adoreranno la tua tomba con reverenza". Il sant’uomo illuminato dall’umiltà, che aveva massimamente a cuore, rispose: "Abbandona, fratello, quest’opinione a mio riguardo, perché fui sempre servo inutile di Cristo10: Dio stesso mi mostra che tu non interpreti bene la mia visione notturna".

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Dopo qualche giorno accadde di nuovo che, mentre Nicola si recava secondo la sua consuetudine in oratorio, una stella lo precedesse con un moto lentissimo per fermarsi proprio dove si trovava l’altare di cui si è parlato. Il fatto si ripeté nei giorni seguenti e il santo comprese che quella stella che in sogno aveva veduto era davvero annunciatrice di qualche verità. Ogni volta che entrava nell’oratorio la stella lo precedeva; quando il sant’uomo, terminate le sue devote orazioni, si allontanava, la stella scompariva; ritornando lui all’altare pure la stella subito riappariva sopra quel luogo11. Essendo stato reso certo di ciò molti anni prima della sua morte, quando poi si ammalò e si trovò vicino alla sua dipartita dal mondo, ai frati con carità prescrisse di seppellirlo presso quell’altare e stabilì che mai in nessun tempo e a nessuna condizione il suo corpo fosse rimosso da quel posto.

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O verità di Cristo, non sei mai ingannevole e porti ad una luce di meraviglioso splendore le cose nascoste nelle tenebre12. Tu infatti mostrasti la stessa stella che precedeva il sant’uomo, a segno vivente della sua santità, a numerosi e diversi popoli, la mostrasti sopra la sua sepoltura, ancora dopo la sua morte. Per molti anni infatti, nel giorno anniversario della morte dell’uomo di Dio, fu consuetudine che molta e varia gente venisse da ogni dove ad onorare il suo corpo, rimedio per la salute, e anche allora come un tempo la stella si mostrava a tutti quelli che la volevano vedere proprio sopra la sua sepoltura, come fosse un astro immobile. Ciò avveniva affinché fosse chiaramente dato ad intendere che il beatissimo Nicola non solo risplendeva in terra per i suoi miracoli ma anche in cielo era rallegrato da premi eterni.

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Come una stella, il beato Nicola risplendeva fra le tenebrose nubi dei peccati13, non solo con i raggi della santità della sua vita, ma anche per le gloriose folgori dei suoi miracoli. I suoi luminosi meriti non potevano rimanere senza l’effetto della loro potenza anche nella misera vita, per l’immensità della grazia e la fecondità della virtù14. Un abitante di Tolentino, chiamato Bernardo, della terra di Pigia15, partì per nave attraversando il mare; partendo aveva affidato a un tale la moglie Margherita che aspettava un figlio. Prima che il marito tornasse, la donna partorì un bambino sano e bello; colto però da una malattia poco dopo, il neonato morì e fu sepolto con grande dolore della madre. Quel dolore fu causa di una malattia della donna che da allora tutte le volte che arrivava a partorire sempre partoriva un feto morto. La donna, così ammalata, molte volte rimase incinta, all’incirca per sette anni; avendo sempre partorito un feto morto, pensando di essere di nuovo inutilmente in attesa di un bambino, piangeva e si tormentava.

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Non appena il sant’uomo lo venne a sapere, dalla conversazione ricorrente, la compatì e dedicò a lei per più giorni la sua preghiera; divenuto come sicuro per la vita dei futuri figli, disse alla donna: "Abbi fede, benedetta dal Signora, non dolerti e non lamentarti più; ecco che ti nascerà una figlia viva, che non sarà priva dello spirito vitale ricevuto dal creatore, il mio Signore, Gesù Cristo. Confidando nell’amore misericordioso di lui, oso dirti che da ora non partorirai mai un figlio o una figlia che non siano destinati alla vita". Giunto il tempo di un nuovo parto, la donna partorì in effetti una figlia viva e vegeta e così da allora (secondo la previsione del sant’uomo) quella donna generò sempre figli vivi. Riconoscendo che ciò avveniva in virtù delle sue preghiere, ella non cessò mai di lodare e ringraziare, secondo quanto poté, colui che elargisce ogni bene e il beato Nicola.

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Ci fu un’altra figlia di questa donna, di nome Cecca, che, ancora piccola, ebbe un gonfiore sotto il mento, grande come un uovo d’anatra. Si decise di chiamare il medico affinché col suo consiglio la fanciulla potesse esser curata. Il medico, diagnosticata la malattia, consigliò di procedere ad un’incisione. La madre, timorosa dei pericoli di un’operazione del genere, fra gemiti e pianti, non sapeva che fare. Dentro di sé si ripeteva: "Mia figlia morirà se sarà toccata dal ferro del medico16; ma se la lascerò in questa condizione ella pure morirà, presto sopraffatta da un pessimo male". Il sant’uomo, intuendo nel suo spirito questo dolore, chiamò un messaggero e gli ordinò: "Vai da quella donna, per scoprire quale sia la causa del suo tormento". Il ragazzo va e torna; riferisce al sant’uomo la ragione di quella sofferenza. Il santo lo rimanda dalla donna, per comandarle di portare a lui la fanciulla. La madre porta in braccio la bambina e dice al sant’uomo: "Veramente so e credo che la mia bambina sarà liberata grazie a te"17. Quello gli rispose: "Taci e non osar dire questo di me: prega Dio, la Madre di Dio e sant’Agostino, perché tua figlia sia restituita alla buona salute"; fatto quindi il segno della croce sulla fanciulla e toccatele la parte malata, Nicola dice ancora: "Vai. Il mio Signore Gesù Cristo conceda a te la consolazione che desideri". La donna, cosciente del potere del sant’uomo, non appena fu a casa controllò la figlia senza trovare traccia del gonfiore e della malattia.

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Alla stessa donna nacque frattanto un figlio maschio. Le sue labbra e le altre membra sembravano muoversi appena. Per questo le donne che assistevano alla nascita decisero di battezzare il bambino, ma mentre lo battezzavano si resero conto che il corpo non mostrava più alcun segno di vita. La mamma si mise a piangere, esclamando: "Ho dato alla luce un bambino la cui anima è dannata". Il sant’uomo è chiamato allora a visitare quella donna in preda al dolore, per raccontare a consolazione di quella madre che cosa aveva visto nella notte riguardo all’anima del figlio. "Stavo dormendo - le disse18 - quando ecco che l’anima del tuo bambino è stata deposta nelle mie mani. Tutto intorno a me si piazzarono i demoni che ragionavano tra loro e dicevano: "L’anima di costui è nostra perché quando è morto non era ancora perfettamente battezzato"; io, pur riconoscendomi debole, supplicai Dio per l’anima che era stata affidata alle mie mani; lo supplicai affinché inviasse dall’alto un angelo di salvezza come difensore e sostenitore di quella anima perduta. Alla sua pietà piacque di mandare un angelo molto forte il quale, cacciati i demoni, prese dalle mie mani l’anima che era destinata alle sedi celesti. Consòlati dunque e non essere turbata per i giudizi di Dio e pensa anche che è meglio che tu abbia generato un figlio al cielo altissimo che a questo mondo malato. Qualunque cosa tu abbia poi visto in me misero della grazia concessa da Dio, non osare dirlo a nessuno e in nessun modo, finché vivrò".

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La donna di cui qui si parla è quella donna che ben conoscendo la santità dell’uomo di Dio, nel giorno in cui il santissimo suo corpo fu condotto alla sepoltura in mezzo a tantissima gente che era accorsa ad onorarlo, non potendo avere alcuna sua reliquia, riuscendo a portarsi vicina al feretro, lavò le mani e i piedi del santo. Ripose poi con reverenza l’acqua di quel lavaggio in un’ampolla pulita e quell’acqua è divenuta poi strumento di guarigione per molti infermi. A proposito di essa un altro fatto meraviglioso si osserva, perché quando si conserva a lungo dell’acqua, questa ristagnando è solita putrefarsi; l’acqua raccolta dalla donna invece, conservata per ventotto anni, non dette mai alcun segno di putrefazione; apparendo sempre chiarissima, rimase sempre incorruttibile.



note

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1
 Ps. 119, 4. In questo senso in vari autori, in part. Agostino e Bernardo.
2  
Cfr. Agostino, Conf. IX, 6
3  
Hebr. 13, 2.
4  
Phil. 1, 21.
5  
1Cor. 13, 15.
6  
Agostino, Epist. 211, 12.
7  
Ioh. 1, 9.
8  
Cfr. Matth. 5, 15.
9  
Gen. 37, 9.
10  
Luc. 17, 10.
11  
Cfr. Matth. 2, 7-9.
12  
Cfr. Iob 12, 22 e 28, 11.
13  
Is. 44, 21.
14  
All’inizio di questa nuova parte del testo, dedicata ai miracoli, la metafora delle luci celesti (raggi e folgori) e il chiasmo di quest’ultima espressione, servono a dare un certo tono solenne, appunto d’apertura; nell’edizione del Mombrizio non è però indicato qui l’inizio di un nuovo capitolo.
15  
Qui il testo edito negli AASS non sembra riportare la lezione giusta.
16  
Qui inizia un confronto tra il santo e i medici, che caratterizza molti dei miracoli che seguono.
17  
Qui e di seguito, si evocano espressioni dei racconti evangelici dei miracoli di Gesù.
18  
Il testo del Mombrizio qui non dà senso, ricorro alla lezione tramandata da Giordano di Sassonia per il brano iniziale del racconto (manca del tutto al Mombrizio il brano che comincia "Stavo dormendo ..." fino a "...nelle mie mani"). È questo un altro punto che mostra la necessità di un’edizione critica.


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